Torno da casa di Claudio dopo una folle serata con i ragazzi, dopo aver fatto casino fino a notte fonda, semplicemente stando insieme e ridendo e scherzando su qualsiasi cosa. In testa il casco, dietro di me Melania che mi parla della sua intenzione di voler fare il militare, intorno la notte. Lascio Melania davanti alla sua porta, ci salutiamo con una risata, riparto. Le mani intorpidite dal freddo, poche luci, solo il rumore del mio scooter. Mi fermo all’incrocio buio, la lampadina del lampione è fulminata: intorno a me soltanto l’oscurità che distorce le sagome delle case addormentate, l’unico suono è ancora quello del motore quasi soffocato dal freddo. Sento che la città è nelle mie mani. Vado piano, cerco di ridurre al minimo il rombo del motore, taglio l’aria gelida e umida quasi con solennità, stupendomi dell’aura di irrealtà che mi avvolge mentre procedo verso casa, come se fossi l’ultimo sopravvissuto di una cittadina che sembra dormire anche di giorno. Arrivo davanti a casa, spengo il motore e resto un po’ fermo ad ascoltare lo strano silenzio che invade la città. Osservo la luna che mi occhieggia da sopra il tetto dello scheletro della casa che veglia alla mia destra, ormai, da tanti anni , celata appena dal mio fiato condensato. A sinistra la strada continua, gialla per i malinconici lampioni che vomitano schivi la loro pallida luce, e s’interrompe contro il muretto, dietro cui si staglia la sagoma minacciosa della scuola magistrale. Un gatto mi passa davanti di corsa, dopo aver fatto cadere un sacco dal secchio dell’immondizia: mi risveglio dal mio breve torpore, apro il portone del garage e accendo la fredda luce al neon, che non fa altro che aumentare il forte senso di isolamento. La falsa paura che qualcuno possa rapinarmi dentro casa, a quell’ora della notte, mi fa sorridere mentre spingo lo scooter dentro il box. Mi fermo davanti alla soglia, ripenso a quanto possa apparire inerme e magica la mia città, Vittoria, di notte, riprovo la sensazione del freddo contro la mia faccia, che adoro. Chiudo il portone. Nell’aria, “Headphones”.
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Si, direi che per adesso calza a pennello!