Headphones

Torno da casa di Claudio dopo una folle serata con i ragazzi, dopo aver fatto casino fino a notte fonda, semplicemente stando insieme e ridendo e scherzando su qualsiasi cosa. In testa il casco, dietro di me Melania che mi parla della sua intenzione di voler fare il militare, intorno la notte. Lascio Melania davanti alla sua porta, ci salutiamo con una risata, riparto. Le mani intorpidite dal freddo, poche luci, solo il rumore del mio scooter. Mi fermo all’incrocio buio, la lampadina del lampione è fulminata: intorno a me soltanto l’oscurità che distorce le sagome delle case addormentate, l’unico suono è ancora quello del motore quasi soffocato dal freddo. Sento che la città è nelle mie mani. Vado piano, cerco di ridurre al minimo il rombo del motore, taglio l’aria gelida e umida quasi con solennità, stupendomi dell’aura di irrealtà che mi avvolge mentre procedo verso casa, come se fossi l’ultimo sopravvissuto di una cittadina che sembra dormire anche di giorno. Arrivo davanti a casa, spengo il motore e resto un po’ fermo ad ascoltare lo strano silenzio che invade la città. Osservo la luna che mi occhieggia da sopra il tetto dello scheletro della casa che veglia alla mia destra, ormai, da tanti anni , celata appena dal mio fiato condensato. A sinistra la strada continua, gialla per i malinconici lampioni che vomitano schivi la loro pallida luce, e s’interrompe contro il muretto, dietro cui si staglia la sagoma minacciosa della scuola magistrale. Un gatto mi passa davanti di corsa, dopo aver fatto cadere un sacco dal secchio dell’immondizia: mi risveglio dal mio breve torpore, apro il portone del garage e accendo la fredda luce al neon, che non fa altro che aumentare il forte senso di isolamento. La falsa paura che qualcuno possa rapinarmi dentro casa, a quell’ora della notte, mi fa sorridere mentre spingo lo scooter dentro il box. Mi fermo davanti alla soglia, ripenso a quanto possa apparire inerme e magica la mia città, Vittoria, di notte, riprovo la sensazione del freddo contro la mia faccia, che adoro. Chiudo il portone. Nell’aria, “Headphones”.

Changing skin

…no no, non è niente di intenso o poetico o chissacchè, semplicemente ho FINALMENTE cambiato la skin del mio blog (in effetti quella di prima faceva non poco cagare…). Adesso questa mi piace (= fatevela piacere, ahahah!), ma non completamente…c’è qualcosa che cambierei ma che non posso cambiare, come il font della testata (che fa schifo, e infatti ho tolto il titolo del blog che deturpava la bellissima immagine di Keith Haring) e qualcos’altro…

Ah, prima che me lo scordi: qualcuno di molto gentile potrebbe spiegarmi come aggiungere qualche gadget o qualche immagine nelle colonne a lato?? Graaaaazie!

Mo vado a magnà, a presto!

Blue Monday (scritto di mercoledì)

Bene.
Potrei scrivere un lungo, noioso, menoso post su quanto sono stressato, su come gli esami siano uno dietro l’altro, su come sia vergognosamente di nuovo senza soldi, di quante volte al giorno la  mia testa mi suggerisce di farmi un tuffetto nel Ticino o di mettere le dita nella presa, potrei scrivere un prolisso e smielato e autocommiserativo articolo su tutto ciò, e lo farò. Solo, indirettamente, così fa più figo, e ve lo dimostrerò, state a vedè.

Mi sono un po’ fissato con questa canzone:

che non sembra poi essere così blue, così  triste come dice il titolo eh. Questo è l’unico motivo per cui ho intitolato in questo modo il post, perchè nonostante mi trovi ad essere molto impegnato e molto contro la mia volontà [n°1: riferimento allo studio massacrante] non mi sento affatto triste, anzi, penso di essere anche abbastanza sereno…oltretutto mi appresto a starmene solo soletto per una decina di giorni (il che significa FREEDOOOOM!) e soprattutto in un periodo morto, quindi penso che mi farò bastare quei pochi soldi che mi restano [n°2: riferimento alla mia povertà patologica] e mi godrò la situazione, senza seccature nè sguardi voluttuosi verso le prese di corrente o i ponti sul Ticino [e n°3: riferimento agli istinti suicidi], semplicemente nell’ozio! Dopotutto l’umore umano è qualcosa di strano: fino a ieri ero infuriato e very very blue, ma mi è bastata una notte di sonno per lavare via qualsiasi orrida ombra dalla mia mente, ed eccomi qui fresco come una rosa di campo in un frizzante mattino di primavera [prego notare la maestria nell'assemblaggio lessicale]!

Ed eccovi propinato un discorsino sulla mia disastrosa situazione ma senza la componente piagnona e deprimente che avrebbe di sicuro ammazzato i toni! Adesso, col sorriso sulle labbra e l’allegria stillante da tutti i miei pori, aprirò il libro di fisica e comincerò a solfeggiare formule!

(n.b: avrò sicuramente scritto questo post sotto l’effetto di qualche stupefacente che, evidentemente, deve avermi somministrato ieri notte Tamura Kafka a mia insaputa.)

 

 

pHcare.

E:
-dopo una settimana di clausura nel convento dei Benedetti Fratelli della Beata Suina Influenza;
-dopo una shockante visita dalla Beata;
-dopo sette giorni passati sotto il susseguirsi di (nell’ordine) Febbre Cavallina, Raffreddore Londinese e Tosse Siberiana derivati dalla profonda estasi provocatami dall’apparire della suddetta Beata;
-dopo una settimana trascorsa, nonostante le purulente condizioni di salute, nell’attenta e, in taluni casi, infruttuosa decifrazione dei mistici “Breviari Chimici” di San Sottutto da Mafattiunavita;
-dopo il numeroso contante sperperato per contattare fratelli et sorelle (tralaltro nelle mie istesse condicioni) per trovare conforto e aiuto nell’ardimentosa traduzione, molto spesso ritrovandoci insieme al punto di partenza (o di dipartita);
dopo tutto ciò,

OGGI

ho fatto l’esame. A questo punto, San Sottutto da Mafattiunavita se ne po annà
pHcare.

 

[traduzione: (pi)accacare]

pH.pH.pH.pH.pH.

 Si, direi che per adesso calza a pennello!

pH.

Senza prezzo

Prescilla

Ascoltare questa canzone in una mattina assolata in riva al mare, non ha prezzo.

Bbbbuff…

Pizzicorio
            Euforia

                                                     Paranoia.

Nah, non credo che faccia tanto per me…

Strana notte

Ho spento la luce dopo aver acceso l’abat-jour, come ogni sera, perchè come ogni sera ho passato un po’ di tempo al pc…da quando sono a Pavia i miei ritmi sono un po’ sballati, non riesco più ad addormentarmi prima dell’una e mezza. Quando finalmente ho cominciato ad avere sonno, vado in bagno. Al mio ritorno l’occhio mi cade sui due numeri di Wired che giacciono sullo scomparto più basso dello scaffale, e mi rendo conto di non avere più la cognizione del tempo. A ricordarmi che sono qui da due mesi sono infatti queste due riviste (mensili, appunto), perchè ci sono giorni in cui giurerei di stare qui da un anno, altri in cui mi sembra di essere arrivato da un paio di giorni. Rimuginando ancora un po’ sul fatto, mi siedo sul letto e punto il timer dello stereo: sarà lui a svegliarmi domattina alle 7:45, con una canzone presa a caso dalla compilation che ho creato (che stamattina ho scoperto essere Money dei Pink Floyd, n.d.r.), dopodichè spengo la luce e mi metto a letto. Tremo un pochetto perchè le lenzuola sono freddine, mi copro fino al mento e sto con gli occhi sbarrati ad ascoltare l’acqua che cola dal tetto lungo le pareti, fuori dalla mia stanza: ha piovuto tutta la sera. Perso in quest’occupazione, penso ai miei amici in Sicilia e poi alla salsa del BigMac del McDonald che mi ha sempre fatto cagare un sacco, ma che ho voglia di mangiare e non so perchè. Penso che venerdì voglio andare a Milano nella strada che chiamano “ChinaTown” e che secondo me è una figata, poi sento un rumore strano, una specie di urletto stridulo che sembra provenire dalla parete sopra la mia testa, ma fuori…la prima cosa a cui penso, logicamente, è l’ipotetico spirito di un’ipotetica bambina annegata nel Ticino, e resto quindi impietrito ad assistere a questo indiscutibile fenomeno soprannaturale e medianico.  Valuto i miei poteri da medium, poi mi addormento.
Mah.

Milano

Milano.
Milano, tanto grande quanto disorientata. Milano, imponente e ingenua, Milano potente ed eterna, ma senza la sicurezza delle vere metropoli. Milano, altezzosa e appariscente, convinta di poter confidare sulla sua enormità per apparire solida. Milano, che propone ed ostenta, che poggia le sue gambe traballanti su colli di grigia farina, Milano che si copre con lussuosi panni da quattro soldi.

“Milano è un’ape impaurita
vestita di seta stracciata.” (cit.)

Libri di fisica e bocche sottili

Ieri pomeriggio dovevo comprare un libro di fisica. Sì, proprio un libro riguardante quella materia astrusa e incomprensibile per molti (tra cui io) con cui dovrò avere a che fare per molto tempo e che mi causa, come mi causerà in seguito, enormi interrogativi sulla mia vita, su ciò che voglio fare davvero, sull’opportunità di aver fatto una scelta del tutto sballata gettandomi su una facoltà scientifica…tutte domande che inevitabilmente precedono un periodo più o meno lungo di abbattimento e smarrimento che poi si dissolve come se niente fosse, e poi il ciclo ricomincia…insomma, assorto in tali tristissimi pensieri, dovevo comunque comprare quel libro di fisica. Salgo in autobus, il 3, il più affollato di gente a tutte le ore perchè attraversa Pavia da una parte all’altra e mi presso tra le persone, tra ragazzine che chiacchierano vivacemente ed odori non proprio gradevoli. Poco più in là, tra la calca, una piccola donna, seduta su un sedile: sulla trentina, capelli rossicci ordinatamente raccolti in una sorta di chignon, occhi azzurri e limpidi, pelle chiara e leggermente arrossata dal freddo e una bocca rosea e sottile, bellissima. Un po’ una Nicole Kidman nostrana, con la stessa eleganza aggraziata dell’attrice, sicuramente grazie allo sport che pratica: è una schermidrice, lo dimostra la spada nel fodero che pende al suo fianco. Resto un po’ incantato ad osservarla, ad osservare il movimento rapido degli occhi sfuggenti e delle sopracciglia espressive, e sono proprio gli occhi a rimanermi impressi. Ma quella che ben presto attira la mia attenzione è la sua bocca: le labbra rosee, forse appena appena truccate, sembrano dipinte, perfette. Distolgo un po’ lo sguardo, non vorrei essere scoperto a guardarla per non imbarazzarla e anche per dare l’impressione di essere un maniaco, ma mi dispiace un po’ quando scende. Alla fine scendo anch’io, vado in libreria ma la trovo chiusa. Risalgo sull’autobus e me ne torno a casa, ma senza troppo dispiacere, l’immagine di quella donna mi si è impressa nella mente e mi risolleva un po’ il morale.
Oggi pomeriggio dovevo comprare un libro di fisica.  La situazione è come quella di ieri: una mattina spesa a cercare di capire qualcosa delle dispense della professoressa, una soddisfazione molto relativa, uno scoraggiamento cosmico. Salgo di nuovo sul bus, che per fortuna è riscaldato e mi dà un po’ di tregua dalla maledetta falce del freddo caduta di soprassalto, e mi presso ancora tra la gente, imbronciato. Alla fermata della stazione il bus si svuota quasi totalmente e posso accaparrarmi un sedile. Mi siedo, ormai l’irritazione che mi domina da quando sono uscito mi è un po’ sbollita e mi guardo quindi intorno con curiosità. Davanti a me solo due anziani che nonostante i numerosi posti liberi si incaponiscono a non sedersi. Si aprono le portiere, entra un ragazzo, torna dalla spesa. Anche di lui le prime cose a colpirmi sono gli occhi grandi e blu (anvedi che fantasia, ma qui hanno tutti gli occhi chiari!), sormontati da due sopracciglia scure e decise. Ha i capelli corti e neri, è un po’ stempiato sebbene sia sicuramente pochissimo oltre la ventina, e un filo di barba cortissima parte dalle basette per arrivare al mento. Anche di lui quella che mi resta particolarmente impressa, assieme agli occhi, è la bocca: una bocca piccola, anch’essa sottile, anch’essa perfetta, col labbro di sopra lievemente più sporgente rispetto a quello di sotto. Mi incanto un po’ anche oggi, ma posso guardare più liberamente perchè ho messo gli occhiali da sole. Lui mi guarda per un istante, e subito rivolge gli occhi verso fuori con un’espressione che sa di nostalgia, o almeno così mi sembra. Scende alla fermata precedente alla mia, e ancora una volta sono un po’ dispiaciuto di aver perso l’oggetto della mia ammirazione. Scendo davanti alla libreria, scopro che il libro arriverà lunedì, risalgo sul bus verso casa. Un altro viaggio a vuoto, ma ancora una volta il mio umore è meno nero del previsto.
In definitiva, in questi due giorni ho scoperto due cose: che ho una particolare ammirazione per le labbra sottili, e che in fondo, mi basta poco per ritrovare un po’ di allegria.