All Neon Like

Notte. Era sempre di notte che accadeva, o era sempre di notte che se ne rendeva conto. La città era irrequieta dietro i vetri appannati, appannati per il freddo, il freddo che non aveva voluto arrestare abbassando le serrande, quella notte. Il freddo che quella notte non aveva avuto modo di sentire. Gli occhi non avevano la minima intenzione di cedere alla stanchezza improvvisa che lo aveva attanagliato e che non riusciva a tramutarsi in sonno, gli venne voglia di una sigaretta per ingannare i suoi bulbi e simulare col fumo la coltre sbrindellata che quella sfaticata deità stende sui mortali quando si fa notte. Si voltò verso destra, le coperte gli mostrarono il respiro della figura sottile che riposava con la testa sul cuscino, raggomitolata come un feto, fragile, nella sua tenera bolla di invulnerabilità. Gli era capitato tante, tante volte di chiedersi come facesse quella persona, apparentemente di carne ed ossa come lui, ad essere sempre così raggiante, come riuscisse senza sforzo a sostenere tutto il peso del mondo, del suo universo che gravava sulle sue spalle inaspettatamente possenti. Come se l’unica cosa di cui avesse bisogno fosse quel sorriso che si nutriva di lacrime. Non accese la sigaretta, si mise in ginocchio sul morbido materasso svedese e guardò oltre i vetri appannati dal freddo, ostracizzato lì fuori, in mezzo a quella gente che rendeva la città irrequieta nel buio. Come altre notti, anche quella volta era accaduto: teste, braccia, gambe, torsi apparivano luminescenti e spandevano la loro vivida luce azzurra nell’etere liquefatto, disperdendosi, rifrangendosi come attraverso un prisma. Corpi completamente scuri si vivificavano, come i pianeti, di luce riflessa donata da altri corpi sfolgoranti come stelle azzurre tutte di neon. Si rimise a letto, la serranda sempre alzata, il freddo sempre lontano da sè, si volse verso l’alito che soffiava piano sul suo orecchio destro, alito ancora profumato di menta nonostante tutto. Non riusciva a capire se il suo stesso corpo stesse producendo o meno quello stupefacente brillio soprannaturale, quel che era certo è che quel corpo accanto al suo, quel vibrante, splendido corpo così inattacabile nella sua infantile posa, emetteva un bagliore che mai lampada alogena a basso consumo, riflettore da palco di una diva capricciosa, faro marittimo o corpo celeste era stato in grado di eguagliare per quanto ne avesse memoria. Fu allora che l’indolente divinità, forse stancata da tanto pensare, giunse a fare il suo lavoro.

~ di flowingink su febbraio 11, 2010.

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